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Social Media e Cultura

di Dario Franceschini

 
Prima di capire le opportunità infinite che i social network possono apportare ai musei, è bene capire il punto da cui siamo partiti perché non tutti sono a conoscenza di com’era la situazione dei musei statali. Fino a due anni fa, prima della riforma del Ministero, tutti i musei erano giuridicamente inesistenti, anche i grandi musei come Brera, Capodimonte e gli Uffizi. Senza personalità giuridica, senza statuto, senza bilancio, senza nessuna forma di autonomia: erano uffici alle dipendenze dei sovrintendenti. Il sovrintendente era un dirigente della pubblica amministrazione, il direttore del museo era un funzionario gerarchicamente dipendente dal Sovrintendente, senza nessuna autonomia né di gestione né contabile. Quando s’incontravano ufficialmente il direttore della National Gallery e quello degli Uffizi, al di là della qualità delle persone, da un lato c’era il livello massimo dell’amministrazione inglese, dall’altro un funzionario senza nessun potere di gestione.
Aggiungo che gli incassi dei musei non restavano ai musei ma andavano tutti in unico capitolo del Ministero dell’Economia, per cui vendere 50.000 biglietti o 5.000, affittare una sala o meno, a parte la soddisfazione personale, non aveva nessun meccanismo di ritorno direttamente nelle casse dei musei. Oggi, ormai da un anno e mezzo, ogni tre mesi vengono trasferiti ai musei i proventi degli incassi, naturalmente integrati da un meccanismo di solidarietà. Abbiamo infatti previsto che il 20% degli incassi di ogni museo vada ad un fondo di solidarietà che poi la Direzione Generale Musei ripartisce, oltre alle risorse ordinarie per la gestione e al personale che è tutto a carico dello Stato, tra i singoli musei.
Con la riforma abbiamo dunque diviso i musei dalle soprintendenze: la soprintendenza si occupa solo di tutela del territorio. È nata un’unica soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio che è diventata l’unico interlocutore per le PA e cittadini, e che risolverà al proprio interno i problemi di pareri diversi dal punto di vista archeologico, artistico e architettonico, occupandosi comunque solo di tutela.
I musei fanno riferimento a una DG Musei, che in Italia non c’era mai stata, e a dei poli museali regionali che hanno il compito di gestire i musei dello stato e di essere l’interfaccia per un lavoro sul sistema museale regione per regione. Stiamo lavorando ad esempio con l’ANCI per avere dei meccanismi di bigliettazione integrata. All’interno di questo schema ci sono i 30 musei, tra i più grandi non per visitatori ma per importanza della collezione e per potenzialità, che hanno un maggior livello di autonomia, i cui direttori sono stati scelti con una procedura di selezione internazionale. La selezione internazionale ha portato un po’ di innovazione e un dibattito surreale ma educativo: il fatto che si sia detto che sarebbero arrivati gli stranieri a guidare i nostri musei è la prova dell’arretratezza da cui siamo partiti. I direttori sono europei, dunque non sono stranieri, e stanno facendo un lavoro straordinario di innovazione in una situazione di difficoltà.
Oggi un museo italiano ha finalmente un bilancio, un comitato scientifico, un Cda, ha tutti i proventi, ha la possibilità attraverso l’Art Bonus di fare crowdfunding: un’attività per cui i social network sono fondamentali. Oggi abbiamo costruito le regole perché i musei stiano nel mondo di oggi in cui un viaggiatore o un turista non vuole andare più a vedere vetrine com’erano nell’’800, ma vuole vivere un esperienza: vuole una caffetteria, vuole un ristorante, vuole i laboratori didattici, vuole attività per i bambini, vuole un giardino dove sedersi, vuole poter fotografare (e abbiamo tolto questo assurdo divieto). Abbiamo affidato dal 1 gennaio ad una società, Travel Appeal, il compito di valutare la presenza dei musei dello stato sulla rete, per ora è sui 20 musei autonomi, ma l’obiettivo è quello di estenderlo via a tutto il sistema museale italiano. Soprattutto perché i social network possono consentire al museo quello che un museo dev’essere, soprattutto se prendiamo la definizione dell’ICOM, di cui ospiteremo il convegno mondiale nel luglio prossimo [N.d.R. luglio 2016] per una settimana con più di 5.000 direttori di musei da tutto il mondo.
Va ribadito che il museo non si può misurare com’era prima soltanto in base all’importanza della collezione o, come rischia di diventare adesso, in base al numero di visitatori ma dev’essere valutato per tutto quello che fa in termini di attività scientifica, di ricerca, di tutela, di promozione, di didattica e di rapporto con le scuole: il museo può diventare in Italia il motore di attività culturali che vanno ben oltre la valorizzazione della propria collezione. E in questo senso i social network possono essere uno strumento formidabile, diventando il meccanismo attraverso il quale costruire una comunità attorno ad ogni museo. In Italia questo discorso ha delle potenzialità inesauribili perché ogni città, ogni paese luogo è orgogliosamente legato al proprio territorio, un legame che ad oggi non si trasforma in un impegno attivo.
Dobbiamo quindi convincerci, oltre che sulle potenzialità economiche, a fare un lavoro di questo tipo sui beni culturali, senza contraddire i principi della tutela, ma facendo diventare questo lavoro anche un fattore di crescita economica sostenibile e intelligente, puntando nello stesso tempo ad un modello di turismo che venga in Italia a cercare qualità ed eccellenza.
Siamo un paese che ha delle collezioni straordinarie, non abbiamo un grande museo, ma abbiamo un sistema museale fatto di musei molto piccoli radicati in tutto territorio. Gli Uffizi, che sono il nostro più grande museo italiano, sono 12 volte più piccoli del Louvre, ed è per questo che mi arrabbio sempre quando vedo le classifiche per numero di visitatori dei dieci musei più visitati, in cui si dice non c’è nessun italiano. Non avremo mai gli Uffizi in quel genere di classifiche, visto che le dimensioni rimangono quelle, così come la capienza per i visitatori. Se prendiamo invece l’Italia complessivamente con i suoi 420 musei statali o addirittura gli oltre 4.000 luoghi della cultura dei comuni, della chiesa, dei privati e dello Stato non c’è paese al mondo competitivo con noi in materia di importanza delle collezioni e di numero di visitatori. E l’anno scorso nei soli musei dello stato, il 10%, abbiamo fatto 5 milioni in più rispetto a due anni prima con oltre 43 milioni di visitatori nei soli musei dello stato. Il fatto di avere musei piccoli e medio piccoli, aggiunta alla condizione giuridica preesistente, ha ostacolato moltissimo un investimento sulla valorizzazione. Noi abbiamo una tradizione, un know how, una legislazione fortissima e da difendere, modello del mondo in materia di tutela del patrimonio, abbiamo perso decenni dal punto di vita della valorizzazione di quel patrimonio, spesso in un dibattito ideologico tra tutela e valorizzazione come se fossero due cose contrapposte e non complementari come invece sono.
Una delle cose su cui dobbiamo lavorare è la fidelizzazione, soprattutto in un Paese in cui il legame tra musei e territorio è così stretto. Bisogna uscire da questo schema un po’ assurdo per cui tutti gli italiani sono orgogliosi del patrimonio culturale che ci hanno lasciato le generazioni passate e contemporaneamente siamo indietro rispetto ad altri paesi sul contemporaneo, sulla valorizzazione dei talenti, sulle industrie culturali creative, sul numero di persone che leggono libri, che vanno al cinema e a teatro. C’è qualche cosa che non torna perché l’eredità del passato ci deve impegnare non solo a valorizzare quell’eredità ma anche a fare un investimento sul futuro. I musei possono diventare il motore attivo di questo se sapranno lavorare sui social network come voi avete suggerito e consigliato di fare.

L’editoriale è tratto dall’intervento del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini in occasione della presentazione del X Rapporto Civita “#SOCIALMUSEUMS. Social media e cultura fra post e tweet” tenutasi a Roma, presso l’Auditorium dell’Ara Pacis, il 30 marzo 2016.