home page > Il nostro blog > 2009 > aprile > Città globale, un ponte tra passato e futuro
Un mondo muore ed un altro sta nascendo e come sempre nella storia, sono le città la culla delle “grandi trasformazioni”; organismi vivi e dinamici, reattivi ai rapidi mutamenti della società nonché alle sfide della modernità.
Il recente dibattito sulle scelte che le nostre principali città sono chiamate ad assumere, pone alcune perplessità circa la nostra capacità di affrontare adeguatamente il futuro. Forse anche per la presenza di quel vasto patrimonio artistico unico al mondo, ma che pone vincoli di tutela rispetto alla quasi totalità degli interventi di modernizzazione.
A Roma, per esempio, l’attenzione è puntata più sul braccio di ferro mediatico fra fautori e antagonisti di iniziative progettuali “spot”, che sull’esigenza di delineare una strategia di lungo periodo che allinei la città agli standard internazionali.
Le cronache ci presentano un brillante esempio di come l’assenza di una visione strategica per la Capitale possa generare iniziative di pura immagine, che non rispondono ad alcuna priorità, soprattutto per una città con una solida identità culturale, mentre risulta fortemente carente sotto l’aspetto dei servizi, delle infrastrutture e della qualità della vita.
Ad un livello superiore, affiorano i preoccupanti ritardi che affliggono l’intero processo di governo delle città.
È sufficiente affacciarsi al di là dei nostri confini per rendersi conto che non siamo in grado di sviluppare politiche urbanistiche animate da visioni di lungo periodo, fondate sulla capacità degli attori istituzionali di convergere verso accordi bipartisan.
Guardando a Berlino, Londra, Parigi o Barcellona, nuclei pulsanti dello scenario competitivo europeo, emerge, invece, come la definizione di obiettivi di sviluppo economico e sociale condivisi sia alla base della modificazione del loro assetto urbano.
Le “città globali” sono quelle che non subiscono passivamente le trasformazioni della società né vi reagiscono con l’azione prevalente di interessi particolaristici, ma che progettano un riposizionamento sullo scacchiere internazionale a partire dalla capacità di attrarre – sovente dall’estero – capitale umano, finanziario e imprese.
Per l’Italia, attrezzarsi per delineare uno scenario di lungo periodo, attraverso la pianificazione, è ancora più prioritario dato il deficit da colmare rispetto ai nostri competitori; basta pensare ai trasporti: Roma e Berlino, a fronte di una popolazione simile, posseggono rispettivamente 2 e 9 linee metropolitane!
Per le nostre città si rivela dunque essenziale puntare su politiche concrete di infrastrutturazione, abbandonando le logiche degli interessi neo-corporativi privi di un’ampia visione strategica.
In questo senso, dall’esperienza di alcune realtà europee (pensiamo a Barcellona o Glasgow) si apprende che il successo di iniziative fieristiche e di esposizioni internazionali, al minor costo sociale, è stato conseguito dove si sono verificate efficienti combinazioni di iniziative pubbliche e private, e la governance è stata orientata ad una strategia ampia e condivisa. Tale approccio dovrebbe essere adottato anche per la gestione dell’ Expo di Milano, inquadrandola in una visione della città che superi la soglia del 2015 ed eviti che questa opportunità si riduca a mera operazione immobiliare.
Qualche considerazione merita il rapporto fra architettura e strategia di sviluppo. Le cosiddette “città globali” investono in ambiziosi progetti architettonici per comunicare all’esterno il loro (nuovo) posizionamento, attraverso interventi come il Museo Ebraico a Berlino (emblema dell’affrancamento di una nazione da un passato ingombrante); oppure il Guggenheim Museum di Bilbao (con cui Gehry ha trasformato insieme il volto e l’economia della città); o come i grattacieli di Canary Wharf a Londra (che connotano quest’area dei Docklands come distretto finanziario mondiale).
Le città italiane che puntano ai “grandi progetti architettonici” quale messaggio vogliono comunicare all’esterno? L’attuale dibattito sul tema conferma l’incapacità di varcare i limiti di un’autoreferenzialità miope rispetto alla proiezione internazionale dell’immagine delle nostre città. La congiuntura di crisi internazionale tende, d’altra parte, a rilanciare il ruolo delle aree urbane come motori di crescita anche per i territori circostanti e fonti d’innovazione per i sistemi-Paese. Se in Italia non assumiamo un approccio di pianificazione urbana di lungo periodo e condiviso, rischiamo di acuire ritardi cronici penalizzanti nei confronti delle città straniere.
Di fronte alla necessità di un radicale ripensamento del modello di sviluppo urbano, occorre il coraggio di rompere con le pratiche del passato, valorizzando ed esaltando quello che distingue le nostre città da molte altre al mondo: il ricco e variegato patrimonio culturale.
Individuare progetti, metodologie e tecnologie per superare questo dilemma ed affacciarci al futuro ricchi del nostro passato, è una delle vere “Sfide” per il futuro delle nostre città.