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Progetto Obama

Lucio Caracciolo
Tema: cultura e attualità

Il trionfo di Barack Obama è la Dichiarazione di dipendenza degli Stati Uniti d’America. Dipendenza dalla realtà e dal mondo. Sì, gli americani tornano tra noi, e lo fanno all’americana. Alla grande.
Ma non spontaneamente. La speranza Obama è figlia della disperazione Bush. Sotto il presidente uscente – uscito di scena da almeno due anni - l’orgogliosa superpotenza solitaria ha pagato il conto delle illusioni maturate nell’èra Clinton, quando venne proclamata la morte presunta della storia. Gli americani avevano immaginato di vivere per sempre al di sopra di tutti con il contributo di tutti. Fino a perdere il controllo di se stessi, feriti e sconvolti dai terroristi dell’11 settembre. (…)
Dalla vetta della speranza alle miserie della storia quotidiana, il baratro è profondo. Per non precipitarvi, il nuovo presidente dovrà fissare subito la sua agenda, selezionare la squadra fra chi già assalta il carro del vincitore, produrre fatti, non parole, dal primo giorno di ufficio. Altrimenti, la disillusione prevarrà. Svilirà in rassegnazione. Se il presidente della speranza fallisce, difficilmente il suo successore avrà il tempo di riuscire. (…)
Può il capo degli Stati Uniti riorientare bruscamente il suo vascello verso le costellazioni della realtà, senza finire per distruggere il morale, financo l’identità del suo equipaggio? La scommessa di Obama è tutta qui.
Proviamo ad illustrarla con un paradosso. Dissolta l’allucinazione della soprapotenza solitaria, per salvare l’America da se stessa il nuovo leader sembrerebbe costretto a rischiare una rotta non-americana. Peggio: europea. Piegandosi alle consuetudini dell’equilibrio della potenza, ciò che gli Stati Uniti non hanno mai fatto in quasi due secoli e mezzo di storia. Se lo faranno, non lo confesseranno nemmeno a se stessi. Per paura di rinunciare al sogno americano. Perché “togliere il romance all’America è deamericanizzare il paese”, secondo l’intuizione di Newt Gingrich, l’ex speaker repubblicano della Camera. Ma dopo la sovraesposizione imperiale del trio Bush-Cheney-Rumsfeld in nome del “con me o contro di me”, Obama dovrà riscoprire l’arte della mediazione, del quid pro quo, anche a costo di una buona dose di orgoglio personale e nazionale. (…)
Se non sarà completamente schiacciato dalle emergenze, Obama sarà chiamato finalmente a decidere come approcciare le potenze che dovrebbero affiancare l’America nel nuovo paradigma globale. A cominciare dalla Cina. A Washington non si sa ancora come trattarla: supernemico o superpartner? La prima opzione sarebbe un atto di follia autodistruttiva, non fosse che per la simbiosi economica fra i due colossi. La seconda richiede coraggio, perché rovescia diffidenze ideologiche e culturali radicate in America e in tutto l’Occidente intorno all’ “autocrazia comunista” e al “pericolo giallo”.
E’ possibile che stretto fra Scilla e Cariddi il nuovo presidente rinunci a scegliere. Con ciò accettando la logica del piccolo cabotaggio. Così finirebbe peraltro per convincere il resto dell’Asia orientale – Giappone in testa - ad orbitare sempre più strettamente attorno alla Cina, in omaggio al principio per cui conviene accomodarsi al gioco dell’egemone regionale piuttosto che affidarsi a una potenza lontana. E distratta.
La non scelta sulla Cina equivarrebbe per Obama ad abdicare alla sua missione, accelerando il declino degli Stati Uniti. (…)
Il 20 gennaio prossimo Obama sarà incoronato leader della massima potenza di questo mondo in fenomenale cambiamento. Carico di rischi, povero ma non privo di opportunità. Per il bene dell’America – che in notevole misura è anche il nostro – auguriamoci riesca nell’impresa di risollevare la sua grande nazione in affanno. Fosse solo per legittima ambizione a restare dove pochi immaginavano potesse arrivare.
Obama non ha tempo per studiare. Deve decidere. Trionfando nella più aspra competizione elettorale al mondo, ha dimostrato di avere i guts – le palle - per farlo. Nel senso che Ernest Hemingway attribuiva ai guts, proprio mentre l’America precipitava nella Grande Depressione: “Grace under pressure”. La pressione c’è, la grazia speriamo.

 
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Commento di Colluccio Cambi inserito il 28 Febbraio 2009:
« L'evoluzione della crisi economica mondiale sta imponendo un diverso calendario alle strategie del neopresidente americano. I segnali di un diverso approccio alla politica estera ci sono, ma sia il dialogo con l'Europa, con la Russia, con la Cina, ormai consolidata potenza economica mondiale, non sembrano andare oltre la buona prassi diplomatica di un presidente all’inizio del suo mandato che vuole rompere con l'approccio del suo predecessore e dare dei segnali positivi al mondo. Piuttosto sembra che il neopresidente avverta tutto il peso della crisi e degli effetti negativi di questa sulla società americana. Nel suo ultimo discorso del sabato dalla Casa Bianca Obama ha affermato: "So che questi provvedimenti non andranno d'accordo con gli interessi dei lobbisti che hanno investito sulla vecchia maniera di fare affari e io so che si stanno preparando alla lotta. Il mio messaggio a loro è questo: anche io". Il Presidente si riferisce alle lobby assicurative, che gestiscono il sistema sanitario senza concorrenza pubblica, a quelle petrolifere e a quelle dell'apparato industriale militare. La scelta di cambiare le basi stesse dell'economia americana, di riequilibrare un sistema fondato sulla disparità economica, in un paese in cui convivono il massimo della ricchezza e circa 45 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, è una scelta di coraggio. Se Obama avrà successo allora davvero gli Stati Uniti avranno un ruolo internazionale nuovo ed importante: quello di dimostrare che un altro mondo è possibile, che è possibile cambiare. Una prospettiva che sembra non piacere ai portavoce delle nostre lobby nazionali che, in cuor loro, sembrano già pronte a saltare addosso al presidente americano al sorgere delle prime difficoltà. »