Arte contemporanea: è nuova Arte?
Antonio Paolucci
Tema: cultura e attualità
“Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente” recita una massima sapienziale, cara alla nostra giovinezza, tratta dal “Libretto rosso” del Presidente Mao.
L’arte contemporanea sta sotto il segno del grande e forse provvidenziale, disordine. I linguaggi espressivi e addirittura gli alfabeti che li sostengono, si sono dissolti. Non c’è più uno stile egemone, non c’è più una cultura figurativa di riferimento, non ci sono più centri o Maestri riconosciuti. Chiunque voglia fare arte oggi può scegliere quello che intende essere: figurativo o astratto, citazionista o minimalista, può fare istallazioni o provocazioni, coltivare la nostalgia o l’orrore, la paura o il disincanto. L’unica cosa che conta è il mercato che assorbe tutto, metabolizza tutto e tutto consuma.
Forse le forme dell’arte contemporanea sono destinate a vivere quanto la contemporaneità. Forse sono contemporanee perché non diventeranno mai antiche.
Personalmente penso che la Babele dei linguaggi, il caos e la contaminazione degli alfabeti espressivi, rappresentino, oggi, un momento di passaggio. Il grande disordine attuale è destinato a creare le necessarie premesse per la nascita di un linguaggio nuovo, finalmente unificato. Dove nascerà, chi lo fonderà, non lo sappiamo.
Viste in questa prospettiva le forme dell’arte contemporanea servono a preparare la strada al Michelangelo del XXI o del XXII secolo. Dalla loro contaminazione, dalla loro macerazione e dal loro impasto, nascerà l’arte nuova. In questo senso e in una visione ottimistica della storia, possiamo dire che “la situazione è eccellente”.
Commento di domenico olivero inserito il 11 Novembre 2009:
« L’arte in questi ultimi decenni, come in tutti gli ambiti culturali, è stata diffusa e trasformata dalle dinamiche della società contemporanea, basata sul sistema consumistico. Questo ne ha trasformato e mutato il valore rappresentativo/culturale conformandolo al sistema produttivo.
Molti ancora la vivono come un fatto personale e “romantico” con grande passione ma mi pare che oramai quello che si vede e ci fanno vedere è soprattutto oggetto/mercato e sempre meno “cultura”, quindi semplice e pratico business. Che sempre più è diventato penetrante e articolato, differenziato per gusti e tipologie, possibilità di spesa e di sensibilità.
Siamo consapevoli che l’arte contempomporanea è oramai inglobata nel consumo di massa, ristretta (in Italia diciamo 50.000/100.000 persone circa che spendono mediamente fra i 10/30.000 euro per opera) ma pur sempre molto allargata, se si pensa a quello che succedeva cinquant’anni fa. Quindi come tutti i prodotti è soggetta a sistemi e azione che ben conoscono gli strateghi che li promuovono, quelli che da anni studiano i nostri comportamenti, consumi etc.. e intanto noi qui a pensare di essere artisti liberi e di fare delle scelte che sono nostre trovando condivisione e consenso sui bisogni espressi in una valenza emozionale/culturale.
Prendiamo atto che il mondo dell’arte è oramai analizzato da diversi punti di vista, proprio in questo ultimo tempo mi vengon in mente i testi di Adriana Polverno, Marco Baravalle, Angela Vettese etc…, ed è chiaro a tutti che muove centinaia di persone e soldi.
I risultati sono quelli che viviamo quotidianamente, alcuni positivi altri negativi.
Rendendoci conto che la nostra società (e cultura) è ora definitivamente capitalistica, ci domandiamo se c’è un’altra alternativa o se dobbiamo semplicemente adattarcene e adeguarci?
Il sistema dell’arte come tante altre categorie è un mondo che ha delle regole e con dei “significati”, una volta legati a “valori” culturali, che in questi ultimi decenni sono del tutto stati sostituiti da strategie che hanno capito che la cultura ora non serve più, infatti la massificazione non è null’altro che un sistema di strategie di vendita atti ad attivare risorse e consenso in determinati ambiti, la “cultura” intesa come identità non serve più, tutto il mondo lentamente si sta omogeneizzando ad un unico schema che ottimizza il consumo dei beni prodotti, il resto è un fatto di “coscienza “ singola che prende atto delle proprie scelte e tenta di avere una sua identità.
Si è passati dall’imposizione di cerchie ristrette di potere a pressioni di gruppi economici che spaziano in ogni ambito internazionale e che permettono un controllo capillare del consumo del prodotto. Una volta c’erano delle famiglie, pensiamo al caso Medici, o più recentemente i Guggenehim, una famiglia ha decretato in modo forte il successo di tutta una cerchia di arte, condizionando idee e tendenze. Ovvio che non è stato un gesto isolato ma un consenso di più ruoli, che vanno dall’artista al pubblico, passando per collezionismo, curatori, critici etc.. si tratta di un sistema, di un gruppo allargato. Ma è così’ per ogni cosa, musica, moda, libri etc.. il pubblico alla fine è la parte finale del sistema per cui ne fruisce in modo terminale.
L’Arte è la rappresentazione di una cultura, oggi lentamente stanno scomparendo le diverse culture, per cui l’idea di Arte è sempre più in via d’estinzione, rimangono i prodotti e il piacere materialistico di usarli, sia che possono essere quadri, fotografie, istallazioni etc.. ma saranno solo arte (da consumo). Infatti sempre più l’arte diventa una forma di “spettacolo”, nel suo senso di intrattenimento e consumo e non nella sua accezione più ricercata di cultura.
Per cui siamo in uno stupendo momento storico in cui tutto può essere approfondito e conosciuto, basta avere voglia di osservare e di conoscere. Entrando in una qualsiasi libreria o qui sul web si trova tutto lo scibile e una varietà di punti di vista che è una gioia potersi confrontare e riflettere. E l’arte quale contributo può dare?
Oggi chi deve investire nella produzione dell’arte (cioè molte gallerie) ha più convenienza nell’usare nomi sconosciuti, messi sotto contratto a prezzi moderati, e spingerli sul mercato con relativa campagna pubblicitarie (cioè giornali di arte, finte fanzine giovanilistiche e tanta disponibilità di curatori e critici e relativi spazi pubblici, su cui non c’è mai una commissione esterna di verifica …, per poi approdare alle Fiere, a collezionisti famosi (che si prestano a questi giochi per ricavare poi sul venduto di secondo livello), case d’aste e via fino alle aste televisive).
Penso che in qualche modo bisogna costruire una coscienza che porti a riconsiderare il tutto. Ma questo non si può imporlo agli altri, se io vedo in certi loro lavori delle sensibilità, dei gusti estetici che mi attraggono sarà una mia scelta personale. Se poi questo gusto si allarga e diventa condiviso da una comunità all’ora diventa un fatto sociale.
Che senso ha? Per me ha il senso della realtà, per questo sento il bisogno di porre in evidenza queste finzione, al fine di renderci e rendere liberi tutti di scegliere di giocare a fare i burattini o agire coscientemente sulle cose che ci circondano.
Saluti
d.o)
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Commento di Giustino De Santis inserito il 27 Agosto 2009:
« Al quesito si può rispondere che sì, o meglio più che “nuova Arte” essa è equivalenza espressiva dello spirito del tempo presente e delle pulsioni della creatività conseguente e derivante dalla iniziale provocazione duchampiana dello spostamento dell’orinatoio dalla sua funzione d’uso ad oggetto da riguardare nella quiete di un museo; luogo – si badi bene – sino ad allora deputato alla esposizione di manufatti artistici quali da sempre, in via prevalente, venivano considerate statue e pitture.
Non va sottaciuto però che una simile operazione ha avuto bisogno del supporto critico e/o letterario che ne giustificasse l’azione e la sua allusiva significanza.
Il riguardante di turno, quindi, non è stato più solo davanti all’opera ma è stato affiancato dallo sciamano di turno che con la parola o lo scritto gli “bisbigliasse” la presunta lettura e/o la giusta fruizione.
Da allora il pascolo è stato additato onde per cui ‘tutto è arte’ (Wahrol).
Spostamento o manipolazione di oggetti d’uso e di natura, azioni e proposizioni con l’alea della provocazione, disorientanti per l’occhio ed il pensiero, azioni installative e perfomative teatrali, arbitrarie e per molti versi opinabili e fini a se stesse, la cui deriva continua ancora oggi, ha obnubilato di molto l’antica concezione e il tradizionale senso dell’arte. Onde per cui, oggi, in assenza di linguaggi certi o codificati, è legittimo il sospetto che tali esiti alla fin fine risultino per lo spettatore un pò supponenti e velleitari.
Così il nostro è divenuto tempo di annullamento dei limiti, abbattimento delle barriere e scardinamento delle demarcazioni; tempo di sconfinamenti e di contaminazioni senza limiti e senza fine, tempo di giustificazione dello “squalo in formalina” di Hirsch o del “ragazzino impiccato” di Cattelan e quant’altro.
Potremmo in sintesi dire che oggi l’arte, nei diversi linguaggi e conseguenti coniugazioni che la riguardano, si appalesa sempre più concetto eroso ed evanescente.
Ma non v’è dubbio, tuttavia, che essa è e resterà sempre un insieme di infiniti incontri e scontri a livello di percezione verticale della realtà. L’azione laddove si oggettiva è una fra le tante possibili ma è pur sempre una verità in quanto che non v’è possibilità di dilatarla nel medesimo spazio-tempo in cui si è costituita.
Saranno possibili varianti ma solo in spazi e tempi successivi consapevoli come siamo che ogni atteggiamento dialettico con le cose sviluppa infinite possibilità di pensiero teorico ed innumerevoli fatti ed eventi spaziali e temporali.
Personalmente penso, poi, che venendo dal passato, questi risuona sempre dentro di noi e ad esso siamo per molti versi legati e debitori; per cui ritengo che il nostro fare artistico deve tenerne conto onde pervenire ad esiti artistici degni delle opere eccelse dei grandi che la Storia dell’Arte ci racconta, veicolando così nell’occhio dello spettatore di turno quella deterrenza necessaria atta a stupirlo e sorprenderlo costantemente all’atto della sua fruizione, fosse questa di un’opera d’arte antica o contemporanea. Giustino De Santis - Pittore
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Commento di Massimo Misiti inserito il 17 Luglio 2009:
« Il tema posto da Paolucci mi pare fondamentale e non solo per l'arte contemporanea. E' quello del linguaggio o meglio dei linguaggi (espressivi, nel caso specifico) oggi. Per chi si avvicina alla storia dell'arte o alla storia in genere la compresione del linguaggio coevo e, conseguentemete, delle chiavi di lettura è essenziale non solo per l'analisi critica, ma per la comprensione stessa dell'opera o dell'accadimento. L'esegesi di un dipinto, di una scultura, i suoi legami col tempo e con la sensibilità dell'uomo e, dunque, dell'artista che ha operato, hanno bisogno della comprensione del linguaggio. Il nostro tempo è sempre meno un tempo dei linguaggi e sempre più un tempo dell'apparenza e, a fronte di un grande frullare di messaggi, sempre meno in grado di consentire la percezione dei nessi, dei legami tra gli uomini e tra questi e il proprio tempo, se non, appunto, sotto le parole del presidente Mao: “Grande è il disordine sotto il cielo”. Ma il disordine a me non pare foriero della rivoluzione. Non amo un tempo in cui tutti possono fare tutto. Sarà il tempo che passa ma avverto l’esigenza di ritrovare un bandolo nelle manifestazioni artistiche come nella nostra società. Invece il nostro rischia di essere un tempo senza rivoluzioni neanche nel pensiero e nell’arte perché, alla fine, anche le rivoluzioni hanno bisogno e generano nuovi linguaggi. Semmai, mi sia consentito un eccesso di pessimismo, sono più propenso a vedere il nostro tempo, e molte delle sue manifestazioni artistiche, alla luce delle parole di Hegel su Shelling: una notte in cui tutte le vacche sono nere. Aspettiamo il giorno, purchè non sia troppo tardi. »
Commento di Saverio Busiri Vici inserito il 8 Luglio 2009:
« non sono d'accordo. /è il tipo di emozione che è cambiato ./ sensazioni diverse forse da maturare ma valide. più genuine meno orpelli ,/ qualcosa di primordiale che proviene dal nostro interno. senza tante scuole./ è un attività che viene perseguita per se stessi . a prescindere dagli altri .tanto meglio se poi viene utilizzata./un ritorno a forme d'arte meno sofisticate meno elaborate più sincere.meno di elite più di passione ./ saverio busiri vici
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Commento di Dario Cusani Fondazione Gabriele Cusani inserito il 7 Luglio 2009:
« Finalmente l'arte è uscita dagli schemi vecchi e superati, non creati certo dagli artisti, ma dai critici. E questo grazie alla globalizzazione, unica valida quella della cultura che speriamo riuscirà ad abbattere quelle NEFASTE della finanza, merci ect che stanno innescando SPECULAZIONI e DISASTRI. Dobbiamo invece aprirci al nuovo che ci disorienta, com'è sempre avvenuto nella storia facendo vittime illustri, una su tutte Mozart che nel tempo ha avuto il riconoscimento che merita e che ai suoi tempi non poteva essere compreso perchè era veramente AVANTI a tutti.
L'arte dovrà invece rivedere la sua finalità che nel secondo novecento è sempre più diventata MERCE invece che veicolo portatore di suggestioni e rappresentazioni della società che gli artisti devono vivere profondamente creare immagini forti e significative così come i musicisti con i suoni e gli scrittori con la parola. Oggi l'artista deve essere un SACERDOTE che con le sue antenne (e più sono alte più è bravo) percepisce le aspettative dell'umanità e in particolare dei più deboli, dando voce a istanze che possano incidere su chi ha il potere politico-economico. E' una grande ambizione, ma è ciò che è già avvenuto nella storia anche se in modo diverso, ma con eguale efficacia.
Dario Cusani, artista, presidente Fondazione Gabriele Cusani »
Commento di Francesca Romanella inserito il 3 Luglio 2009:
« Quando penso all’arte contemporanea non posso che rivivere l’esilarante situazione, così naturalmente interpretata da Erminia, moglie di Giacinto, alla Biennale di Venezia nel film di Alberto Sordi "Dove vai in vacanza". Erminia, stanca, seduta su una sedia (pensando ingenuamente che una sedia debba svolgere la sua consueta funzione) vede catapultarsi su di lei un gruppo di turisti che accanitamente la fotografano "come se fosse un’opera d’arte". Credo che lo sguardo spaurito e inconsapevole di Erminia sia quello di molti che invano cercano di capire cosa stiano guardando, cosa avrà voluto esprimere l’"artista"….per poi rassegnarsi a pensare: "ma questa è davvero arte?" o frutto di una moda, di un mercato che deve andare oltre, purtroppo, Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Ho sentito tante frasi di questo genere: "L’arte contemporanea non va capita, bisogna percepire delle sensazioni, beh, probabilmente sono una persona insensibile….", la più terribile è stata, "Tutto è arte, gli artisti che vengono qui sono liberi di esprimersi"; e quindi al via mostre di malati mentali riconosciuti e acclamati come artisti le cui opere valgono oro…Sangue, mucche sezionate, cavalli esposti in cattività nei Musei, cornacchie trafitte, sperma ingiallito di artisti su carta invecchiata, spirali nelle piazze che diventano il bagno pubblico di chi, poveretto, una casa non ce l’ha, cubi arrugginiti e piazzati, in solitudine, in una grande sala perché possano essere ammirati a dovere, o l’”originalissima” Merda d’artista….
Ma veramente tutto è arte? Certo…in ognuno di noi c’è una vena artistica, basta scoprirla o meglio, che qualcuno la scopra, la venda ad un prezzo con tanti tanti 0 e che poi organizzi un’inaugurazione con tanti VIP e così, Sei ARTISTA.
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Commento di savino marseglia inserito il 30 Giugno 2009:
« Sull'arte contempoanea si fanno tanti discorsi ripetitivi, tante riflessioni noiose, tanti scritti grossolani che, purtroppo, non fanno altro che creare confusione e separare ulteriormente la progettualità artistica dalla vita individuale e collettiva. Lo sanno perfino gli "UFO" che l'arte contemporanea è diventata pura merce di scambio. Al giorno d'oggi, gli artisti sono osannati come "star", guadagnano un mucchio di quattrini. Appaiono agli occhi della gente comune, tronfi di narcisismo e snobbismo. Questi artisti prigionieri del sistema mercificatorio non hanno nessuna possibilità di trasformare le sovrastrutture degenerate della cultura di massa che si presenta malata e fallita nel suo intendo. Un'arte che ha perso qualsiasi elemento trasformativo o modello alternativo di società. Tutto questo è stato causato dal fallimento delle avanguardie storiche che pur azzerando i linguaggi accademici, i luoghi comuni e altro, è stata espropriata dalla cosa più impratante che aveva nel cuore: quella forza progettuale di trasformazione radicale delle strutture alienanti della società capitalistica. Gli artisti del secolo scorso, nei loro manifesti e programmi volevano l'integrazione della creatività da applicare nella vita di ciascuno di noi. Al contrario, questo obiettivo delle avanguardie storiche è stato, "subdolamente" assorbito, digerito e reso innocuo, proprio dalle forze delle istituzioni culturali borghesi. L'arte deve collocarsi, di nuovo, al centro della società organizzata, deve dirigersi oltre la galassia della produzione di manufatti artistici, sempre più isolati e ingabbiati in musei, nei salotti borghesi o venduti come merce rara sul mercato internazionale. L'arte deve riappropriarsi della vita delle persone comuni e accellerare in modo positivo, tutta l'energia creativa della collettività. Deve lottare per creare luoghi estetici, città belle, spazi dinamici di contemplazione estetica; tutto, dentro il processo armonico e vitale della natura. Per conseguire questo ruolo, l'arte contemporanea deve liberarsi dalla propria prigione mercificatoria e coniugarsi non solo con le istanze di giustizia sociale, culturale della collettività, ma combinarsi in simbiosi con la scienza e la tecnologia al servizio dell'umanità, che è l'autentica riscoperta (come nel Rinascimento) della sua vera essenza progettuale, dentro il processo naturale della vita.
Savino Marseglia
(spirito libero)
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Commento di Maria Rita Delli Quadri inserito il 24 Giugno 2009:
« Quando penso alle forme dell'arte contemporanea, mi ricordo sempre di quel netturbino che, trovandosi in un museo, davanti ad un'opera che consisteva in un water di porcellana bianca, si chiedeva: ma se viene un terremoto e lo ritrovano, capiranno che era un'opera d'arte o penseranno che fosse un cesso rotto?
Forse stabilire un linguaggio unificato per l'arte serve proprio a questo: a renderla riconoscibile in quanto forma artistica, utile e funzionale, sicuramente, alla contemporaneità, e ad essa connessa, ma ancora e pur sempre, Arte, e per questo universale come lo sono le passioni i sentimenti e le emozioni umane. In fondo, credo che valga ancora la regola aristotelica per cui il piacere della produzione artistica (sia essa pittura, scultura, poesia) risiede sempre e comunque nella capacità/possibilità dell'uomo di riconoscersi in essa. »