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L’Italia riparte dai borghi

In linea con l’idea dell'"Italia-museo diffuso”, la rigenerazione culturale e sociale dei piccoli borghi storici italiani è finalmente diventata un asset centrale per la ripresa economica del nostro Paese nell’ambito dei finanziamenti del PNRR.
Si tratta di una operazione a cui il MiC ha lavorato a lungo, arrivando alla pubblicazione di un avviso pubblico (cultura.gov.it/borghi) per il sostegno di progetti finalizzati a contrastare lo spopolamento e incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso, valorizzando in questo percorso in modo particolare il ruolo delle imprese e dei partenariati pubblico-privati. È fondamentale riequilibrare e rafforzare le connessioni e i legami economici, sociali e ambientali tra aree urbane, periurbane e rurali. Per conseguire questo obiettivo occorre agire lungo due direttrici. Da un lato è necessario investire sulla protezione e sulla salvaguardia del patrimonio culturale e naturale per migliorare la qualità della vita all’interno di contesti urbani e rurali inclusivi e sostenibili. Dall’altro lato, bisogna promuovere politiche orientate allo sviluppo, che sostengano le attività produttive, la creazione di posti di lavoro dignitosi, l’imprenditoria, la creatività e l’innovazione, facendo perno sulla cultura, sulle tradizioni e sui saperi locali.
Il patrimonio culturale, quindi, non è più solo da conservare, ma anche utile e necessario per costruire nuove imprese e associazioni, nuova vita. E i borghi possono avere un grandissimo ruolo innovativo nel ribaltare anche la visione della personalizzazione dell’impresa, spingendo verso un’impresa collettiva e condivisa, e devono diventare luoghi vivi, vissuti e vitali.
Oggi le risorse messe in campo con il PNRR per il rilancio di 250 borghi italiani ammontano a un miliardo di euro, una cifra davvero imponente. Due sono le linee di azione.
La prima destina 420 milioni di euro a 21 borghi individuati da Regioni e Province autonome, aventi caratteristiche particolari - aree interne, con non più di 300 unità immobiliari, prevalentemente disabitato o spopolato - in grado di realizzare progetti pilota di rigenerazione, con un investimento complessivo di 20 milioni di euro per ciascun borgo, attraverso l’individuazione di una vocazione prevalente. Solo per fare qualche esempio, si pensi a scuole o accademie di arti e dei mestieri della cultura, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, residenze sanitarie assistenziali-RSA con programmi di assistenza a matrice culturale, residenze per famiglie con lavoratori in smart working/nomadi digitali..
La seconda destina 580 milioni di euro ad almeno 229 borghi selezionati tramite avviso pubblico rivolto ai Comuni con meno di 5.000 residenti, di cui 380 milioni di euro per finanziare almeno 229 progetti locali di rigenerazione culturale presentati dai Comuni in forma singola o aggregata, fino ad un massimo di 3 Comuni, con popolazione residente complessiva fino a 5.000 abitanti, e 200 milioni di euro per sostenere micro, piccole e medie imprese già insediate o che intendono insediarsi all’interno dei borghi che saranno selezionati.
L’Italia ha centinaia di piccoli borghi abbandonati, sottovalutati, spopolati o addirittura disabitati, oltre il 70% dei quali ha meno di 5.000 abitanti. È necessario rivitalizzare questi piccoli centri che sono il tessuto peculiare e identitario del nostro Paese, anche coinvolgendo il mondo imprenditoriale italiano, da quello legato alla tecnologia a quello della comunicazione e della ospitalità, per creare un modello di sviluppo sostenibile che restituisca la vita ai nostri borghi, ma consenta loro allo stesso tempo di autosostenersi economicamente.
I borghi italiani sono un terreno fantastico di sperimentazione: sono unici al mondo per le caratteristiche culturali e paesaggistiche che quasi sempre offrono; sono “luoghi” in grado di stimolare idee progettuali creative ed originali. I borghi hanno potenzialità enormi per quel segmento di turismo cosiddetto “esperienziale”, oggi in grande crescita, i cui utenti non vogliono più “vedere” ma “immergersi”; e possono essere anche un terreno importante di esercitazione per il settore delle energie rinnovabili e del risparmio energetico.
I finanziamenti per il piano di rigenerazione culturale e sociale dei piccoli borghi storici, che ho difeso con molta determinazione, sono parte di quelli previsti dal PNRR per il settore Cultura in Italia - circa 7 miliardi di euro - che sono, in assoluto e in percentuale, i più alti in Europa, a dimostrazione di quanto sia ormai evidente la centralità degli investimenti in questo settore.
Era tempo che il mondo della Cultura richiamava l’attenzione sulle proprie priorità e necessità da parte dei decisori politici, del sistema delle imprese e di coloro che, pur non operando prevalentemente nel settore culturale, avevano piena coscienza delle potenzialità infinite degli investimenti in quell’ambito e soffrivano di una certa marginalità e trascuratezza.
L’impegno del Ministero della Cultura è stato, quindi, quello di costruire un percorso che rendesse irreversibile la centralità della Cultura, indipendentemente dall’inevitabile succedersi dei Governi. Ciò che una volta aveva grande valore culturale, e di cui il nostro Paese è ricchissimo, adesso ha anche uno straordinario valore economico. E sono orgoglioso di poter affermare di essere arrivati a un buon punto, sia nel dibattito – penso, ad esempio, a quello, acceso e coinvolgente, sulla riforma del sistema dei musei italiani – che nelle scelte del nostro Governo.
Questo è stato possibile anche grazie alla messa in campo di una strategia internazionale. Noi siamo riconosciuti come la “super potenza culturale” nel mondo: dobbiamo utilizzare questo riconoscimento nei nostri rapporti diplomatici, nelle nostre relazioni internazionali. Tutto il mondo ci riconosce la leadership nel settore Cultura: dobbiamo esserne molto orgogliosi e per questo abbiamo deciso di promuovere nel 2017 il primo G7 dei Ministri della Cultura e dei rappresentanti delle grandi organizzazioni mondiali, diventato poi un tavolo permanente, e di aver poi voluto nel 2021 anche il G20 della Cultura, che ha portato alla Dichiarazione di Roma.
Ci tengo, infine, ad evidenziare che quanto realizzato negli ultimi tempi nel settore cultura dimostra che, se ci si crede, molte cose possono cambiare e migliorare. Pensiamo solo a quanto accaduto nei musei: la riforma, la scelta dei direttori, l’autonomia, gli investimenti, le regole nuove hanno cambiato il sistema museale italiano, e realtà come Pompei vengono oggi riconosciute come modelli di crescita.
Siamo arrivati alla irreversibilità della centralità della Cultura e c’è uno spazio enorme di credibilità italiana e di crescita economica. Investire in Cultura è certamente un modo importante per richiamare turismo, sostenere e tutelare ciò che solo noi possiamo offrire ai visitatori, ovvero una integrazione tra patrimonio culturale e patrimonio naturale straordinari che nessun altro paese al mondo può offrire; ma è anche un modo importante per aiutare gli investimenti, gli export dell’imprenditoria italiana nel mondo, perché chi compra all’estero un qualsiasi prodotto italiano compra istintivamente la storia, il paesaggio, l’arte italiani. Compra l’Italia.
Ecco perché l’integrazione tra pubblico e privato deve essere, molto più che in passato, totale nelle strategie e nella gestione della Cultura, nel sostegno alla Cultura che può e deve diventare un motore di sviluppo per il Paese e una occasione straordinaria di investimento per lo sviluppo delle singole imprese e del mondo imprenditoriale italiano.

Dario Franceschini, Ministro della Cultura