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Lapislazzuli. Magia del blu

09 Giugno 2015

Lapislazzuli. Magia del blu
Firenze, Museo degli Argenti
9 giugno - 11 ottobre

Anteprima stampa
8 giugno 2015 ore 12.00

Le ‘stanze del Tesoro’ del Museo degli Argenti custodiscono una straordinaria raccolta di vasi intagliati in lapislazzuli, dalle mirabolanti forme ispirate dagli artisti del Manierismo fiorentino. E’ una collezione unica al mondo, iniziata da Cosimo I de’ Medici alla metà del Cinquecento e accresciuta soprattutto per volontà di Francesco I nei laboratori del Casino di San Marco e proseguita, alla sua morte, dal fratello Ferdinando, cardinale della Chiesa romana, che gli succedette nella carica di granduca di Toscana.

La rara e preziosa pietra blu, che sembrava racchiudere in sé vene d’oro e che evocava sia il mare spumeggiante che la volta stellata di un cielo notturno, veniva dal lontano Oriente. Era estratta dalle cave di Sar–e–Sang, tra le montagne del Badakhshan (odierno Afghanistan), l’unico giacimento noto nell’antichità, visitato anche da Marco Polo nel XIII secolo ed era assurta a simbolo di ricchezza, insieme all’oro, all’argento e agli altri metalli preziosi, già nella letteratura sumerica, dove – si parla del poema Enmerkar e il signore di Aratta – si intreccia con le prime proposte di scambi commerciali tra le granaglie di Uruk e le pietre dure di Aratta nell’altopiano iranico.

L’idea di dedicare una mostra a questa pietra, carica di magici significati, ci è stata offerta da Gian Carlo Parodi, mineralogista del Mùseum National d’Histoire Naturelle di Parigi. Si tratta quindi di una mostra mirata non solo all’approfondimento degli squisiti manufatti artistici ma rivolta anche – e non in misura minore – all’aspetto più prettamente mineralogico, argomenti che si integrano, consentendo approcci singolari e non usuali per la storia dell’arte. Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, diretto da Giovanni Pratesi, ha avuto un ruolo di primo piano nell’elaborazione del progetto e una sezione della mostra, dedicata alla pietra e ad aspetti di ricerca scientifica, è stata allestita al Museo della Specola. Nel Museo degli Argenti la mostra si articola in quattro sezioni. La prima sezione Dalla Natura all’Artificio presenta una selezione di campioni di lapislazzuli di varia formazione e provenienza a diretto confronto con i massimi raggiungimenti nell’utilizzo del lapislazzuli in vasi e coppe, fiasche e mesciroba, originariamente destinati alle corti principesche del Rinascimento, provenienti dai più prestigiosi musei d’Europa, quali il Museo del Prado di Madrid, l’Ashmolean Museum di Oxford, il Grünes Gewölbe di Dresda, il Landesmuseum Württemberg di Stoccarda. Vanto delle botteghe di intagliatori milanesi, l’arte di intagliare questa pietra fu introdotta a Firenze nel 1572 da Francesco I, che fece venire da Milano i fratelli Gian Ambrogio e Gian Stefano Caroni; sede dei laboratori granducali e nucleo delle botteghe di corte fu il Casino di San Marco, “ove in guisa di piccolo arsenale in diverse stanze ha diversi maestri che lavorano diverse cose e quivi tiene i suoi lambicchi, e ogni suo artifizio” , come scrive l’ambasciatore veneziano Andrea Gussoni nel 1576.
La seconda sezione Commesso in pietre dure e pietre dipinte racconta l’evoluzione dell’utilizzo del lapislazzuli nel primo Seicento in due ambiti, quello del commesso e quello della pittura su lapislazzuli, animati dallo stesso desiderio di rendere eterna e fissare la natura nei colori immutabili della pietra. Dai primi intarsi a motivi geometrici, com’è il caso della ribalta di Francesco I del Museo degli Argenti e della scacchiera veneziana del Victoria and Albert di Londra, si passa a più complesse composizioni figurative il cui vertice è costituito dal piano di tavolo con la Veduta del porto di Livorno su disegno di Jacopo Ligozzi. Come già riferiva alla fine del Cinquecento il monaco domenicano Agostino del Riccio nella sua Istoria delle Pietre, i piani di tavolo lavorati a commesso erano il vanto della Galleria dei Lavori, la manifattura organizzata nel 1588 da Ferdinando I, ricercati e ambìti dai regnanti d’Europa. E’ proprio per rendere ‘eterno’ quel magico colore che iniziò nel Cinquecento anche l’uso di dipingere sulla pietra: il lapislazzuli con le sue sfumature di bianco, date dalla calcite, poteva evocare cieli solcati da nuvole, come nelle sue tonalità più scure venate dall’oro della pirite, dove la lazurite è più compatta, si presta a evocare notturni e cieli stellati. E anche in questo campo il Museo degli Argenti offre l’esempio di uno dei massimi capolavori dell’ebanisteria, il cosiddetto ‘stipo di Alemagna’, fantasmagorico mobile prodigo di effetti a sorpresa che anticipano il gusto barocco della ‘meraviglia’.
La terza sezione La pietra blu nel fasto principesco mostra come, nel momento in cui il lapislazzuli diventa sempre più raro, la pietra viene destinata quasi esclusivamente a oggetti profani e suppellettili sacre di grandissimo pregio artistico e di elevatissima committenza. E’ il caso della famiglia Borghese che, a distanza di quasi un secolo, commissiona due raffinatissimi oggetti dove il lapislazzuli è protagonista: il rilievo con Baccanale di putti tuttora nella Galleria Borghese, opera di Giovanni Campi, e alla metà del Settecento il servizio di Cartaglorie di Luigi Valadier destinato alla cappella familiare nella Basilica papale di Santa Maria Maggiore, dove il blu puro del lapislazzuli è abbinato al bronzo dorato e all’argento. L’entrata sul mercato del lapislazzuli siberiano permise la creazione di grandi lavori come l’alzata da tavola di inusitata grandezza, commissionata dalla reggente d’Etruria Maria Luisa di Borbone, ereditata da Elisa Baciocchi che considerò l’oggetto degno dono per il fratello Napoleone tanto che fece aggiungere la ‘N’ imperiale al centro delle ghirlande.
La quarta sezione Dall’Oltremare al Blu Klein è dedicata al pigmento. Quando si tratta dell’utilizzo del lapislazzuli in campo artistico il pensiero corre infatti all’azzurro ‘oltremarino’, decantato come “colore nobile, bello, perfettissimo oltre tutti i colori” nel trattato di Cennino Cennini - uno degli ultimi esponenti della grande scuola giottesca fiorentina - che descrive nei dettagli il modo di ricavare il pigmento prezioso dalla macinazione della pietra. Il blu profondo del lapislazzuli, ricercato non solo per il suo altissimo costo ma per i significati sottesi al colore ‘azzurro’ - è il colore del manto delle Madonne e dei cieli stellati degli affreschi del Trecento e Quattrocento -, ‘segna’ opere capitali vaticane come gli affreschi della Basilica romana dei Santi Apostoli di Melozzo o la come la Cappella Sistina di Michelangelo, e ricorre nelle pitture di Sassoferrato o Artemisia Gentileschi. Non si poteva chiudere la mostra senza accennare alle sperimentazioni, tentate fin dal secolo dei Lumi e protratte per tutto l’Ottocento, per ricercare materiali che potessero sostituire la preziosa roccia, di cui si reperivano nuovi giacimenti, e creare un pigmento che potesse uguagliare l’intensità dell’oltremare. Ci è parso quindi indicato concludere la mostra con un’opera di Yves Klein, che al blu ha dedicato le ricerche artistiche dell’intera sua pur breve vita, e con una piccola sezione di gioielli del Novecento e contemporanei, che peraltro si riallacciano a una sezione del museo di recente creazione, dove lapislazzuli puro e pigmenti sintetici offrono occasione di nuove rivisitazioni.

La mostra, come il catalogo edito da sillabe, è a cura di Maria Sframeli, Valentina Conticelli, Riccardo Gennaioli, Giancarlo Parodi, ed è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con il Segretariato regionale del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo della Toscana, la Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, il Museo di Storia Naturale dell'Università di Firenze La Specola, il Muséum National d'Histoire Naturelle di Parigi e Firenze Musei.