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Arte contemporanea e partnership pubblico-privato: collaborare è possibile

 
Intervista a Riccardo Rossotto, Segretario Generale Fondazioni Arte Contemporanea
 
Quali sono le principali condizioni per rendere più solida la partnership pubblico-privato nel mondo dell’arte contemporanea?

Partirei da due riflessioni preliminari: una di carattere psicologico e una di carattere operativo.
Il rapporto pubblico/privato si deve liberare, con i fatti e non con le parole o con gli slogan politici, di un pregiudizio che si è ormai consolidato in entrambe i protagonisti. I privati pensano, in molti casi a ragione, che la macchina pubblica sia inefficiente, troppo burocratica, troppo avviluppata nei “lacci e lacciuoli” di una normativa sempre più invasiva e contraddittoria. I pubblici, dall’altra parte, ritengono, in certi casi a ragione, che ogni qualvolta il privato si dichiari disponibile a gestire un bene o un’attività pubblica, il fine sia esclusivamente speculativo, egoistico, sempre legato al business e non ad una sana e virtuosa conservazione e valorizzazione del patrimonio pubblico.
Ovviamente sto generalizzando perché, almeno questa è la mia esperienza personale, ogni qualvolta un imprenditore privato e un funzionario pubblico si ritrovino a lavorare insieme e constatino che i due pregiudizi sopra individuati sono “svuotabili”, il risultato è che si possa davvero constatare la possibilità di una efficace ed efficiente collaborazione che permette alle due parti di raggiungere gli obiettivi condivisi.
La seconda riflessione riguarda invece un aspetto operativo. Al di là delle questioni economico-finanziarie (“chi mette i soldi nel progetto e come”) bisognerebbe, a mio avviso, costruire una nuova e innovativa mentalità per collaborare.
La parte pubblica che immagina o deve pianificare un progetto nel mondo della cultura, non deve “chiamare” i partner privati all’ultimo momento per un sostegno economico che si traduce al massimo in una sponsorizzazione di un piccolo marchio posto magari in una zona marginale di tutti gli strumenti di comunicazione utilizzati per l’evento. Deve coinvolgere la parte privata fin dall’inizio, condividendo il contenuto del progetto e le sue finalità e soprattutto il “chi fa che cosa” tra le due parti.
Preso atto che le risorse pubbliche si sono ridotte in maniera rilevante, le nuove partnership pubblico-private dovrebbero essere basate su questo riparto dei ruoli: (i) la parte pubblica dovrebbe individuare il perimetro strategico e scientifico del progetto garantendo al privato di responsabilizzarsi a semplificare tutte le procedure amministrative in qualche modo connesse con il progetto. Nel caso di eventi di importo rilevante, la parte pubblica dovrebbe addirittura designare un proprio funzionario quale “tutor” dell’evento che si interfacci con il privato aiutandolo al disbrigo di tutte le questioni burocratiche. Un vero e proprio problem solving insomma. (ii) La parte privata, preso atto delle competenze/responsabilità della parte pubblica, dovrebbe allora responsabilizzarsi a reperire i fondi per finanziare il progetto, assumendone anche la gestione. Questa è un format di partnership pubblico-privata che rientra nei criteri auspicati e promossi dall’Unione Europea a Bruxelles, nel documento dedicato alle PPP (Public Private Partership).

 
Quali altre iniziative, a Suo avviso, oltre al bando internazionale Italian Council, potrebbero essere messe in campo in un’ottica di collaborazione fra pubblico e privato?

Innanzitutto l’Italian Council dovrebbe allargare il suo perimetro operativo coordinando le sue attività e i suoi progetti anche con le iniziative culturali promosse dal Ministero degli Esteri. Se le risorse pubbliche sono in fase di riduzione, a maggior ragione bisognerebbe evitare le duplicazioni e lo spreco del denaro pubblico, troppo frazionato in miriadi di diverse iniziative non coordinate. Se il MIBACT e il Ministero degli Esteri creassero uno Steering Committee che avesse come oggetto, magari insieme ai privati (e il Comitato delle Fondazioni Private di Arte Contemporanea si è dichiarato disponibile a tale ruolo), la definizione di un programma di iniziative volte a promuovere la cultura italiana nel mondo, supportando anche i giovani talenti italiani all’estero, credo che si valorizzerebbe meglio l’intuizione che si è avuta quando abbiamo suggerito e poi aiutato il Ministero a dar vita proprio all’Italian Council. Una virtuosa interlocuzione tra il MIBACT e i privati interessati a condividere iniziative promozionali nel mondo dell’arte contemporanea, dovrebbe prevedere una specie di “book” con le “best practice” in materia di partnership pubblico-privata. Questo manuale servirebbe come documento di riferimento per costruire le basi di una nuova e virtuosa collaborazione tra le due parti in causa, entrambe fondamentali per abbandonare e superare una cultura sostanzialmente rivolta verso la conservazione del nostro patrimonio e poco propensa a puntare invece sulla valorizzazione del medesimo. L’unica strada questa, a mio avviso, per poter pianificare invece una conservazione adeguata (manutenzione ordinaria e straordinaria dei nostri beni oggi ormai assolutamente inadeguata) attraverso i fondi che si potrebbero ricavare proprio da una moderna ed efficace opera di valorizzazione del patrimonio. Infine, l’Art Bonus, uno strumento che sta dimostrando quanto sia importante la leva fiscale per attirare-sollecitare i privati a co-investire nel patrimonio culturale del nostro paese, dovrebbe essere ulteriormente implementato allargando da un lato il perimetro del contenuto anche all’arte contemporanea e dall’altro lato espandendo la platea dei soggetti legittimati a fruirne anche agli stranieri, attraverso modalità di natura fiscale che tengano ovviamente conto del fatto che tali soggetti non sono normalmente “debitori” fiscali della nostra amministrazione.