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Il futuro delle professioni culturali: fra mercato e formazione

 
Scrive Jeremy Riefkin nel saggio L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy pubblicato all’inizio di questo secolo: “L’assorbimento della sfera culturale in quella economica, segnala un cambiamento radicale nelle relazioni umane, con conseguenze devastanti per la civiltà del futuro”.  E lo spiega: “Dagli albori ad oggi, la cultura ha sempre avuto la priorità sul mercato… Ripristinare un equilibrio adeguato fra il dominio della cultura e quello dell’economia diventerà probabilmente una delle questioni cruciali dell’era dell’accesso prossima ventura…”. Parole profetiche quelle dello studioso americano dotato di grande capacità di divulgazione e perciò ben conosciuto anche in Europa. Guardando al nostro Paese, una prima, se vogliamo piccola, risposta al problema prospettato da Riefkin è la “sfida” che costituisce il cuore di questo numero del nostro Giornale: l’interazione strategica fra cultura e mercato, in particolare quando parliamo di professioni legate ai beni culturali.
Oggi più che mai le sorti del Paese sono legate alla crescita del sapere, alla ricerca, all’innovazione ed è del tutto evidente che, mai come oggi, se vogliamo trarre seri benefici dalla bellezza del nostro patrimonio culturale, oltre a preservarne in via prioritaria la conservazione, dobbiamo impegnare più risorse, tanto economiche che professionali. Ne abbiamo parlato di recente, in un convegno promosso da Civita e da Confassociazioni, dal titolo “Il futuro delle professioni culturali: cosa cambia, cosa resta” dove, insieme ad Istituzioni ed esperti, abbiamo cercato di mettere a fuoco problematiche e criticità ma anche, in linea con il nostro consueto approccio propositivo, di offrire nuovi spunti di riflessione e prospettive su temi centrali per la crescita del Paese.
Forti dei nostri trent’anni di fattivo impegno nel settore, siamo convinti che il futuro delle professioni culturali debba risiedere, sempre di più, in una crescita effettiva in termini di posti di lavoro e di interazione con il mercato. La sempre più stretta correlazione fra beni culturali e nuove tecnologie insieme con la forte capacità attrattiva del nostro straordinario patrimonio a livello mondiale, ci esorta a credere con fermezza che, quello della Cultura, sia a tutti gli effetti un settore capace di sviluppare posti di lavoro. Per far questo occorre, da un lato, riconoscere le logiche del mercato e, dall’altro, proseguire in maniera convinta e condivisa quel percorso di privatizzazione di luoghi e attività, senz’altro già avviato, con l’obiettivo di accrescere la fiducia nei confronti dei privati anche nella gestione del patrimonio pubblico, riconoscendo nella potenzialità dei ricavi non il mero guadagno di un imprenditore o di un’impresa bensì la possibilità di generare nuova occupazione nel settore. In altri termini, se vogliamo far crescere questo comparto, occorre un’azione politica e amministrativa in grado di guardare alla Cultura anche, e soprattutto, come mercato; capace, altresì, di distinguere fra la conservazione, di responsabilità dello Stato e con l’ausilio di mecenati che le possono supportare, e la valorizzazione, in cui la collaborazione fra pubblico e privato ricopre un ruolo-chiave.
In questo quadro due nodi, fortemente interconnessi fra loro, si rivelano cruciali: il tema del riconoscimento delle professioni degli operatori del patrimonio culturale e quello dei modi della loro formazione individuando, al contempo, efficaci e risolutive modalità di interazione fra quest’ultima e il mondo del lavoro.  È di questo che hanno bisogno i nostri giovani; la formazione fine a sé stessa, anche di fronte ad una materia di così grande fascino, oggi non ha più valore. Occorre un modello formativo nuovo che veda il posto di lavoro come punto di caduta e che preveda un grado maggiore di specializzazione. Più saremo in grado di creare collegamenti strategici fra i luoghi della formazione e gli ambiti lavorativi, sia pubblici che privati, afferenti al settore culturale, e più potremo vantare giovani preparati ed in grado di ampliare la fetta di mercato in quest’ambito. Siamo convinti che ne valga la pena, in particolare quando abbiamo a che fare con i giovani che, nonostante le difficoltà ben note, credono in un futuro professionale nel mondo della cultura intesa come testimonianza di quella eredità storico-culturale che conferisce il senso della propria identità. Al centro, non dimentichiamolo, c’è la più affascinante di tutte le materie: la Cultura. Scoprire, salvaguardare e far conoscere ognuno dei nostri beni significa compiere un viaggio nella storia ma anche rendersi protagonisti di un servizio utile alla collettività, a favore degli utenti di oggi e di quelli futuri; una missione di civiltà, dunque, il cui primo obiettivo deve essere quello di consegnare alle future generazioni il patrimonio ricevuto dal passato.

Nicola Maccanico, Segretario Generale Associazione Civita