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La necessità di un cambio di paradigma

Intervista all’ On. Mauro Del Barba, Presidente AssoBenefit

Per le imprese cosiddette di “quarto settore” oggi, accanto agli obiettivi di sostenibilità economica, stanno assumendo una centralità crescente gli obiettivi ESG di sostenibilità ambientale, sociale e di corporate governance. Quali sono gli impatti e gli effetti di questo importante cambiamento nella vita delle nostre aziende?

Le aziende più impegnate su questi temi sono quelle che oggi risultano essere più competitive e anche meno esposte ai rischi. Sino a qualche anno fa le società convinte della necessità di una svolta etica, oltre che green, erano una èlite, un numero circoscritto di soggetti e per lo più si trattava di società di piccole dimensioni o caratterizzate da una proprietà “illuminata”. Negli ultimi anni però, complici anche gli effetti del cambiamento climatico e la consapevolezza sempre maggiore della collettività, sono sempre di più i soggetti convinti della necessità di un cambio di paradigma che coinvolge insieme consumatori, imprese e investitori.
È senz’altro positivo il fermento che attraversa le dinamiche di mercato. Il regolatore tende a introdurre elementi crescenti di responsabilità sociale e ambientale, la finanza valuta in maniera crescente le potenzialità e i rischi ESG per attribuire valore all’impresa: questa convergenza può rappresentare un momento felice per compiere scelte definitive come pure una sorta di morsa paralizzante. Entrambe le forze che agiscono sul sistema sono sospinte dalla temperie dei nuovi tempi come pure dai limiti delle proprie vecchie impostazioni. È l’impresa, nella sua autonomia e protagonismo, a poter disegnare il proprio percorso trasformativo nel solco di quello che i fattori esogeni stanno tracciando: ciò non può prescindere da un profondo ripensamento del suo scopo (purpose of corporate) unito alla rivisitazione dei suoi strumenti operativi e di controllo che culminano nella “valutazione dell’impatto”.
Ed è proprio nel milieu del Quarto Settore che si colloca il fenomeno delle Società Benefit, come AssoBenefit che ho l’onore di presiedere, che sono, potremmo dire, il portato della complessità del nostro mondo, ma anche figlie della crisi della nostra epoca.

Nel perseguire la tendenza ESG e gli obiettivi di beneficio comune, si registrano a suo avviso delle differenze tra le imprese italiane e quelle straniere?

L’esperienza e gli studi in corso su cui si sta cimentando, in particolare, AssoBenefit, mostrano un fatto prevedibile e molto interessante: se a livello europeo e mondiale la tendenza ESG è dominata dalla componente ambientale sospinta dalle questioni climatica ed energetica, le imprese italiane, grazie alla legge sulle società benefit, fanno emergere nei propri obiettivi di beneficio comune soprattutto questioni sociali e, ancora in minima parte, culturali.
Qua si apre un tema fondamentale su cui occorre cooperare tra più soggetti ed operatori economici e culturali: la possibilità di sviluppare un dibattito che aiuti l’emersione di tematiche sociali e culturali, profondamente radicate nella nostra tradizione, immediatamente traducibili in clausole statutarie per gli obiettivi di beneficio comune delle società benefit.
È un lavoro di “archeologia sociale” in cui ricodificare usanze e prassi dell’impresa italiana affinché la loro forma appaia riconoscibile e condivisa nonché riconducibile agli scopi delle nuove imprese. E qui potrebbe aprirsi un forte asse tra le società benefit e le imprese culturali e creative.
La sfida per il mondo della cultura è allora duplice: da una parte affiancare questo lavoro capillare di proposta ed emersione di punti di contatto impresa/cultura, dall’altra concorrere ad un dibattito mondiale che se rimane confinato a finanza ed economia rischia di mancare la grande occasione in cui l’Italia potrebbe primeggiare: rendere la cultura vero collante tra il vecchio e il nuovo paradigma, consentirle di esercitare il proprio compito ispiratore e generatore senza il quale il quarto settore, evocato qua per offrire un punto di vista più ampio, resterebbe una visione riservata a pochi, una riserva di ibridazione sterile. Mentre la cultura è generativa per antonomasia.