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Le imprese del settore turistico, tra bisogni e nuovi modelli per ripartire

Intervista a Stefano Fiori, Presidente Convention Bureau Roma e Lazio e Vice Presidente Federturismo Confindustria 

Gli impatti drammatici del Coronavirus stanno incidendo in maniera devastante sul settore turistico, che è uno dei driver fondamentali della nostra economia. Di fronte ad una situazione eccezionale, quali misure di intervento ritiene siano necessarie per dare un aiuto concreto e tempestivo al settore, con particolare riguardo a quello delle città d’arte?

Quello turistico è uno dei settori più colpiti a livello mondiale dall’attuale pandemia con una contrazione fortissima di presenze anche nel nostro paese e, conseguentemente, di fatturato per tutte le aziende del comparto. Il settore rappresenta circa il 13% del PIL nazionale e, fino a febbraio 2020, offriva un’occupazione stabile a tantissime persone impiegandole in modo sia diretto (negli esercizi ricettivi e nei servizi rivolti al turista) sia indotto (come fornitori indiretti, negli spettacoli, nei musei, negli eventi ecc).
Lo scorso 29 dicembre l’ISTAT ha pubblicato il report legato al movimento turistico in Italia e i primi 9 mesi del 2020 hanno registrato un numero di presenze dimezzate negli esercizi ricettivi con -74,2 MLN di turisti in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.
A pagarne le spese sono soprattutto le città d’arte italiane che sono passate repentinamente dall’overturism al turismo zero: forse le immagini più scioccanti in questo senso sono quelle di Venezia che oggi sembra un meraviglioso set cinematografico a luci spente, quasi spettrale, dopo aver avuto per decenni circa 20 milioni di turisti all’anno.
Con questa situazione dare aiuti concreti al settore turistico è doveroso.
Oltre a ristori adeguati e che arrivino velocemente, c’è bisogno di misure che accompagnino le aziende lungo tutto il 2021 attraverso una ripresa che si annuncia lenta e difficile. Occorrono interventi del Governo e delle autorità UE per rafforzare la situazione finanziaria delle imprese turistiche, a partire dall’allungamento della durata del debito, specie per chi ha avuto forti perdite. Un sollievo finanziario per tutte le aziende, e soprattutto per le PMI, sarebbe un incentivo agli investimenti. Tali investimenti potrebbero essere agevolati anche con un tax credit “rinforzato” per le ristrutturazioni e le riqualificazioni, soprattutto in un’ottica green, e una decontribuzione per il lavoro, ivi incluso il prolungamento della CIG almeno fino a quando non riprenderà la stagione degli arrivi, a giugno.
E soprattutto, a monte delle singole misure, c’è bisogno di una strategia e una governance chiara per il rilancio del turismo in Italia, con un occhio di riguardo per le città d’arte. ENIT sta facendo un buon lavoro ma potrebbe fare molto di più se venisse messo nelle condizioni di farlo, anche perché oggi -fortunatamente- vanta un ottimo management. L’interazione coordinata di ENIT, ICE, MIBACT e MAECI riuscirebbe a mettere a terra una strategia di lungo respiro che ci porterebbe fuori dalla crisi e farebbe tornare le nostre città d’arte a crescere così come era prima della pandemia.

Quali sono le aspettative delle imprese per rilanciare il turismo in Italia? Dovranno ripartire da un nuovo paradigma su cui ricostruire un modello di turismo più vicino ai territori, più sensibile e meno invasivo?

Direi che per ripartire il turismo innanzitutto deve puntare sulle sue declinazioni migliori, come il turismo culturale, l’alto di gamma, l’enogastronomico e il wedding. Il MICE, e il relativo giro di affari legato a meeting, convegni ed eventi di prestigio internazionale, è un settore che va inserito nel nuovo modello come asset strategico in quanto porta sul territorio un indotto turistico di qualità e alto spendente.
Prudenza, al contrario, verso AirBnB e l’home sharing in quanto, come abbiamo visto nei mesi passati, hanno come conseguenza drammatica lo svuotamento da parte dei cittadini autoctoni dei centri storici e rischiano di slegare le attività commerciali e i sevizi dalla vita di quartiere snaturando i luoghi e impoverendoli in favore della gentrificazione.
Da abbandonare, infine, è la deriva dell’overturism.
Se si parla di mete turistiche naturali, come riserve, spiagge, parchi e montagne, è fondamentale che il turismo rispetti l’ambiente naturale, inclusi flora, fauna e microclima. Se la destinazione è una città d’arte, il turismo deve principalmente rispettare i residenti, così come la cultura locale e i siti archeologici. L’attenzione ad evitare il sovraffollamento non è solo in un’ottica di sviluppo, ma è -oggi più che mai- buon senso perché, se c’è una cosa che ci ha insegnato questo periodo, è che i territori a lungo andare risentono della presenza di un numero di turisti superiore a quello sostenibile: la parola chiave che ci dovrà guidare è appunto sostenibilità.
In una direzione sostenibile ci aiutano anche le innovazioni tecnologiche che abbiamo apportato in questi mesi di stasi forzata: le experience digitali nei musei e nei maggiori luoghi di interesse della penisola, ivi incluse le città d’arte, si possono affiancare al turismo in loco aumentandone il valore percepito in termini di riconoscibilità e brand awareness. Senza contare che la digitalizzazione è uno strumento imprescindibile per i canali di vendita e le strategie di marketing.