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Musei e nuove professionalità: la necessità di potenziare le digital skills

Intervista a Paola Villani, Direttore Dipartimento di Scienze Umanistiche, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa – Napoli

Le nuove forme esperienziali che i musei offrono al pubblico soprattutto a seguito della trasformazione digitale, di quali nuove figure professionali necessitano?

«La parola Museo è la contrazione di Mausoleo» provocava nel 1910 il viaggiatore e umorista inglese di famiglia ebreo-russa, Israel Zangwill, nelle sue Fantasie italiane. Lontani da queste provocazioni, dobbiamo però ammettere che, a un secolo di distanza, il dibattito sulla natura e sulle funzioni dell’ente museo è ancora acceso. Molte pagine restano ancora da scrivere, o riscrivere, e le strade da intraprendere sono tutt’altro che scontate. L’indagine dell’Associazione Civita, pubblicata nel suo dodicesimo Rapporto “Next Generation Culture. Tecnologie digitali e linguaggi immersivi per nuovi pubblici della cultura”, non ha solo offerto un ritratto in dettaglio del comparto museale aggiornato al 2021, ma ha anche il merito di far emergere, e documentare con i dati di rilevamenti metodici, le nuove sfide che si trovano oggi a raccogliere i luoghi della cultura. L’emergenza pandemica ha solo dato uno strattone, una forte accelerata a un processo già iniziato da anni. Quello della transizione digitale è un tema teorico dibattuto, che rinnova il nodo della unicità/riproducibilità dell’opera d’arte (per attingere alla nota riflessione lanciata da Walter Benjamin nel primo Novecento), una serie di discussioni che hanno evidentemente una portata ideologica e politica, e che oggi precipitano come urgenti nella sfida della trasformazione digitale.
Il Rapporto, quindi, offre il paesaggio dei mutamenti che sta vivendo l’universo della gestione e valorizzazione dei beni culturali, nuovi modelli organizzativi, nuove forme di fruizione e di interazione dell’ente culturale con il pubblico. Ha anche il merito di avanzare proposte per un nuovo museo, che risponda ai nuovi orientamenti della museologia internazionale. Un «oggetto nuovo», dunque, che non sia solo tempio o documento, ma anche laboratorio interattivo di esperienze culturali, ludiche, formative e trasformative, occasione di crescita e sviluppo per l’individuo e per le comunità.  
Nel Rapporto non poteva mancare un cenno alle sfide che coinvolgono gli addetti, con la necessità di potenziamento delle digital skills. È questo un nodo centrale, uno snodo decisivo, quello delle persone (non consideriamoli semplicemente addetti) che il Museo animano e al Museo danno corpo.
Penso alle competenze nuove delle quali c’è urgente bisogno. Non solo social media marketing (la gestione dunque della comunicazione del museo con gli utenti e la comunità di riferimento), penso piuttosto al più ampio cambiamento in tema di diagnostica, conservazione, gestione e fruizione dei beni culturali e del museo stesso. Content management, interaction design, modelli di prototipazione 3D, eye-tracking sono ormai necessari se si vuole adeguare l’ente museo alle nuove sfide, anche teoriche, alle quali è chiamato.

Quanto è importante una specifica formazione per i futuri operatori del settore?  

Un capitolo ancora da scrivere riguarda proprio quello relativo alle nuove figure professionali, alla selezione e formazione degli uomini e delle donne sulle gambe delle quali questa transizione digitale deve correre, promossa ma anche governata perché le rappresentazioni virtuali divengano complementari e non sostitutive dei modelli fisici. Perché oltre che le norme, le infrastrutture o gli apparati burocratici, a guidare davvero il cambiamento sono le persone. Non sembri una osservazione banale, e soprattutto nient’affatto scontata. Ancora nei bandi di selezione del personale non trova giusto rilievo la valorizzazione di competenze digitali e gestionali specifiche. Pensiamo che i titoli di studio universitari, almeno quelli conseguiti anni fa, sono certo necessari ma non sufficienti a garantire saperi e competenze davvero adatti ai nuovi scenari.
Gli atenei si stanno adeguando, rinnovando continuamente i percorsi formativi dei corsi di laurea. Il Suor Orsola Benincasa, che quest’anno festeggia i trent’anni del Corso di Laurea in Beni Culturali (il primo di tutto il Mezzogiorno) ha riscritto il triennio e il biennio in questa prospettiva. Serve ora un riconoscimento ufficiale di questi profili. Si tratta di uno scenario nuovo, rispetto al quale le nuove generazioni hanno una possibilità in più. I nostri laureati potrebbero essere più richiesti, nonostante la loro giovane età e la non decennale esperienza potrebbero però rivelarsi arme vincenti per un nuovo modello di museo che sia davvero volano di crescita culturale e di sviluppo per le comunità.