Il rischio di raccontare troppo e capire poco
Intervista a Emanuele Caroppo, psichiatra e psicoanalista SPI
Nell’ambito della comunicazione della salute mentale è fondamentale evitare narrazioni distorte: qual è oggi il rischio più grande nel modo in cui media e opinione pubblica raccontano il disagio giovanile?
Se dovessi dirlo in modo diretto: oggi il rischio più grande non è più il silenzio sul disagio giovanile, ma il fatto che ne parliamo continuamente — senza riuscire davvero a capirlo.
Siamo passati da un tabù a una iper-narrazione permanente: tutto è disagio, tutto è crisi, tutto è emergenza. Ma quando tutto è emergenza, niente è davvero compreso. È come vivere con una sirena sempre accesa: dopo un po’, non orienta più, confonde.
Il primo problema è la semplificazione. Ansia, depressione, fragilità, crisi evolutiva: tutto viene spesso raccontato come se fosse la stessa cosa. Ma la salute mentale — lo sappiamo bene dalla letteratura scientifica — è un processo complesso, fatto di differenze, traiettorie, contesti. Quando riduciamo tutto a un’etichetta, perdiamo proprio ciò che dovremmo spiegare.
Il secondo problema è la polarizzazione. Il disagio mentale viene rappresentato o come pericolo – spesso nella cronaca – o come spettacolo emotivo. O spaventa o commuove. In mezzo, però, c’è la realtà: fatta di percorsi graduali, ambivalenti, quotidiani. Ma quella realtà è meno “notiziabile”, e quindi scompare.
Il terzo è la monocausalità: la ricerca del colpevole unico. I social, lo smartphone, “questa generazione fragile”. È una narrazione seducente perché è semplice. Ma la scienza ci dice che il disagio nasce sempre da una rete di fattori intrecciati — relazionali, sociali, economici, culturali. Ridurre tutto a una causa sola è rassicurante, ma fuorviante.
E poi c’è un passaggio più sottile, ma decisivo. Abbiamo fatto bene a normalizzare il linguaggio della salute mentale. Ma oggi rischiamo di normalizzare le parole senza approfondire i significati.
Se tutto è “ansia”, se tutto è “trauma”, allora niente lo è davvero. Si crea una sorta di inflazione emotiva: da un lato banalizziamo la sofferenza clinica, dall’altro rendiamo più difficile per i giovani distinguere tra ciò che è parte della crescita e ciò che richiede aiuto.
Il risultato è un paradosso: il disagio è sempre più visibile, ma sempre meno comprensibile. Ed è proprio qui che entra in gioco la responsabilità della comunicazione. Perché se il rischio è raccontare troppo e capire poco, allora il vero compito oggi non è aumentare l’attenzione – ma raffinare lo sguardo.
Esiste un modo corretto – o quantomeno più efficace – per “dare notizia” del disagio senza amplificarlo o stigmatizzarlo? Quali indicazioni concrete dovrebbero seguire giornalisti e comunicatori?
Sì, esiste. Ma richiede un cambio di prospettiva: non basta chiedersi “fa notizia?”, bisogna chiedersi “che effetto produce?”.
Perché — ed è il punto che si collega alla prima domanda — se il rischio è rendere il disagio visibile ma confuso, allora il compito dell’informazione diventa l’opposto: renderlo comprensibile, senza amplificarlo né deformarlo.
In questa direzione vanno anche strumenti molto concreti, come il Vademecum “Informare sulla salute mentale”, promosso da ASL Roma 2, Ordine dei Giornalisti e Rai per la Sostenibilità.
Il principio è semplice ma potente: le parole non sono neutre. Per questo il vademecum invita a evitare sensazionalismi, a non ridurre la persona alla diagnosi, a non associare automaticamente disagio e pericolosità, e a restituire sempre contesto, complessità e possibilità di cura.
Accanto a queste indicazioni — pienamente coerenti con le linee guida internazionali e con l’OMS — possiamo tradurre tutto in alcune scelte concrete.
La prima: mettere al centro la persona, non la diagnosi. Non “un depresso”, ma una persona che sta vivendo una depressione. È una differenza linguistica che diventa differenza culturale: restituisce identità e possibilità.
La seconda: evitare scorciatoie narrative. Soprattutto quella che lega disagio e pericolosità. È una semplificazione che “funziona” mediaticamente, ma distorce la realtà e alimenta stigma.
La terza: raccontare il processo, non solo l’evento. Una crisi fa notizia, ma è il percorso che aiuta a capire. Inserire informazioni su servizi, supporto, recovery significa trasformare la notizia in uno strumento utile.
La quarta: non confondere condivisione con comprensione. Sui social la salute mentale è sempre più presente, ma non basta parlarne tanto. Se i contenuti sono semplificati o solo emotivi, creano engagement ma non consapevolezza.
Il rischio è lo stesso che abbiamo visto: tanta visibilità, poca profondità.
Ed è qui che diventano interessanti esperienze come il Festival RO.MENS, promosso proprio da ASL Roma 2: un lavoro culturale oltre che sanitario, che prova a spostare la narrazione dalla malattia come etichetta alla salute mentale come dimensione della vita, contrastando stigma e pregiudizio e promuovendo inclusione sociale.
All’interno di questo contesto, iniziative come Music@Mens aggiungono un livello ulteriore: usano la musica per raccontare il disagio senza irrigidirlo in una definizione.
La musica non etichetta, mette in risonanza. Non ti dice “sei questo”, ma ti fa sentire “non sei solo”.
E forse è proprio qui la chiave.
La nuova “notizia” sulla salute mentale non dovrebbe essere quella che enfatizza il disturbo, ma quella che restituisce la possibilità: la possibilità di essere sé stessi anche dentro una fragilità, la possibilità di chiedere aiuto, la possibilità di non essere ridotti a ciò che si attraversa.
Perché alla fine non stiamo raccontando categorie. Stiamo raccontando forme del dolore umano. E il dolore umano, quando è raccontato bene, non si amplifica. Si comprende. E, almeno in parte, si alleggerisce.